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Ovvero: pensieri confusi e felici di un cittadino che ha scelto la sua parte

21 ott 2015

“Il calcio è una malattia”.

Quante volte l’abbiamo pensato. E ripetuto a denti stretti.

“Il calcio è una malattia”. Lo guardiamo in Tv, lo guardiamo allo stadio, guardiamo i frombolieri, gli onesti pedatori e le pippe onestamente inguardabili, coltiviamo speranze mal riposte, ci incazziamo, ci spariamo pose da intenditori disincantati ma al primo colpo di tacco ci sciogliamo in brividi.

Partita dopo partita, un anno dietro l’altro, nonostante tutto.

Nonostante il disgusto per ciò che il Calcio mediatico è diventato. Nonostante le truffe, le combine, gli arresti, il razzismo e la violenza, l’ostentazione di ignoranza e il trionfo dell’effimero, la vita dorata e vuota degli idoli di marzapane, semidei di cartone a corto di verità e congiuntivi.

Pensiamo che il calcio sia una malattia e, pensandolo, finiamo per ingoiarci (quasi) tutto.

E finisce che ci dimentichiamo cos’era davvero il calcio per noi, lì dove tutto è iniziato. I primi calci al pallone in strada. O nel cortile di casa. Le partite sudate e quelle sotto l’acqua. Le conte per fare le squadre. La prima volta che hai messo “gli scarpini”. La prima volta che hai giocato col tuo papà.

Tutto cambia ma il calcio, il tuo, il nostro, resta quello. Niente di puro, nulla di perfetto, anzi spesso sporco e maleodorante, ma proprio per questo da sempre il prodotto della cultura popolare più adatto a raccontare la vita. La tua.

E allora può capitare che scatti qualcosa, magari in un giorno qualsiasi che ti sembrava un giorno come gli altri e invece non lo era. Sarà che a quei ricordi tieni troppo ancora oggi. Sarà che il campetto dove giocavi neanche c’è più, adesso. O sarà che non c’è più tuo padre e quei calci al pallone sono ormai una questione di famiglia. Sarà che dopotutto non è solo questione di nostalgia. Che forse proprio non ti va giù di lasciare il tuo giocattolo preferito nelle mani di chi l’ha calpestato. Sarà che il Calcio ha sempre significato tanto di più di un po’ di ragazzotti in calzoncini.

E allora guardi bene. Cerchi bene. E nel quartiere o su un campo di periferia, giù nelle strade assolate, in un giorno qualsiasi che non sarà mai più un giorno come gli altri, finalmente trovi.

Nelle esperienze del calcio solidale e antirazzista, del calcio “integrato” coi disabili e di quello “misto” e anti-sessista, quello dell’azionariato popolare: tutt* insieme, giovani ed ex-giovani, italiani e migranti, ognuno coi suoi talenti e le sue sfighe, mescolati nella comunità meticcia.

Perché se il Calcio è una malattia, allora il Calcio Solidale è la cura.

Una cura che non dà effetti collaterali.

Facciamolo.

Buon Calcio Solidale a tutt*…

(continua?)

Luca Cattolico 

 

 

CALCIO SOLIDALE

Il Calcio rappresenta un potente passe-partout, una “lingua” comprensibile a tutte e a tutti, ovunque, in grado di parlare alla testa e al cuore, di radicare in profondità valori e sentimenti, in quanto capace di abbattere barriere fisiche, linguistiche e culturali per innescare processi di riscatto sociale, divenendo esperienza di uguaglianza, laboratorio di integrazione e partecipazione collettiva.

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